Misericordia, ma non a basso prezzo

Maddalena Negri
Martedì, 21 Febbraio 2017

Una donna, sola. Ma non sola al comando. Tutt’altro. Sola, perché accerchiata. Da una folla di uomini, urlanti, strepitanti, chiassosi e arroganti. Oltre che dal proprio peccato che, accerchiandola, la sovrasta da ogni lato. Ricordatole da ogni volto, ogni parola, ogni gesto delle persone che la circondano
L’accusa? Adulterio. E il primo istinto, forse, è di cercare il “compagno di colpa”, perché, per definizione, non è peccato da commettersi in solitaria e ci si aspetterebbe, forse, con gli onori, si abbia il coraggio di condividere anche gli oneri, che, in questo caso specifico, sono senz’altro particolarmente nefasti. Dov’è l’uomo, per cui ora sta per essere lapidata?
Probabilmente, tra sé e sé, lei si sta anche domandando se “ne sia valsa la pena” di arrivare a rischiare così tanto per uno che, a quanto pare, non ha neppure il coraggio di condividerne la sorte, o tentarne le difese. La sua latitanza stride, in un “processo sommario” che la vede unica imputata, pur non essendo unica colpevole.
Nel frastuono di parole violente e taglienti, magari con qualche spintone, e quegli sguardi. Sguardi che feriscono più di ogni altra cosa. Derisione e commiserazione. O, forse ancora peggio, indifferenza. Perché finché una sorte non ci tocca, in fondo cerchiamo di non lasciarci coinvolgere. Ma la vera sfida è proprio quella di lasciarci toccare dalle sorti meno nostre di tutte. Finché non ci lasciamo toccare dalle sorti disgraziate, è difficile che inizi davvero la nostra conversione: è stato così per Francesco d’Assisi che, nell’incontro con il lebbroso vede il vero punto d’inizio della sua conversione.
Gli scribi ed i farisei gli si fanno appresso, lo interrogano. Già troppe sono ormai le parole pronunciate ed i gesti compiuti dal rabbi di Galilea che odorano di eresia (non ultimi, la cacciata dei mercanti dal tempio o soffermarsi a discorrere di Cielo con una donna di Samaria) e ogni occasione è buona per metterlo in difficoltà. «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Avrebbe avuto l’ardire di contraddire la legge di Mosé, su cui si fondava la tradizione giudaica? Gesù è interpellato nel mezzo di un discorso con un uditorio che sembra ampio, e non a caso: volevano certamente assicurarsi la presenza di testimoni per “incastrarlo”.
Il Maestro non risponde, li ignora, almeno inizialmente. Anzi, peggio, si mette a scrivere per terra, facendo fioccare mille interpretazioni per un gesto che, probabilmente, di primo acchito, sarà stato interpretato, semplicemente, come poco rispettoso nei confronti di chi lo aveva interrogato.

Neppure lei parla. O, almeno, il Vangelo non le mette in bocca parole, finché non è il Verbo stesso ad interrogarla. Forse, paralizzata dalla paura. Probabilmente, sovrastata dai propri peccati, così prontamente rinfacciati, fino alla pubblica umiliazione. Che, comunque, era ancora un preludio, rispetto a ciò che l’attendeva. Il fango delle parole era nulla rispetto al dolore di una lapidazione, che lei sapeva benissimo era la più ovvia delle aspettative per unacome lei. Non che fosse una meretrice, ma la Legge parlava chiaro: il suo amore era illegittimo, non benedetto dalla Legge. Abbastanza per meritare la morte. Abbastanza per vivere nel nascondimento e nel costante di essere scoperti, perché la fine delle adultere era chiara, scritta nero su bianco: non era un mistero per nessuno. A partire da lei stessa.
Non basta però il silenzio ad infiacchire gli interlocutori, per cui Cristo, quasi di malavoglia, si decide a rispondere: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
E, detto questo, ritorna alla precedente occupazione, quale estremo gesto di nobiltà per non fissare lo sguardo su quegli uomini che, con vergogna, se ne vanno con la coda tra le gambe.
Solo allora, si rivolge alla donna, in un dialogo serrato, tra loro due: alla constatazione che nessuno avesse avuto il coraggio di condannarla, è il nazareno a concludere: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Nessuna condanna. Ma la richiesta di un ravvedimento sincero. Perché non le chiede di partire a cuor leggere dal luogo di quell’incontro. Le chiede di voltare pagina. una scelta che a volte rischia di essere vista, almeno inizialmente, come peggiore della morte. Perché, anche con il suo ravvedimento, sarà difficile non essere additata, per le strade del suo villaggio come “l’adultera”. Un destino che, forse, è anche peggio della morte. Una sorte di “morte – vivente”: la condanna alla consapevolezza che chiunque cambierà strada al solo vederla, che tanti parenti le toglieranno il saluto, che la sua vita sarà trasformata in un inferno-in-terra, invisa a tutti, evitata da tutti. Quasi quasi, è meglio la morte.
Ora, lei, però, sarà ricordata, come lo è da 2000 anni a questa parte, anche per quelli che verranno, con un aggettivo in più. Perdonata.
Misericordia? Sì, ma non a scapito della verità. Cristo non lascia che la persona sia sommersa dal peccato. Precede il ravvedimento con l’amore perché, come balsamo lenitivo, esso favorisca lo sbocciare del pentimento, condizione indispensabile per largire il perdono, che il Padre non vede l’ora di somministrare, in un abbraccio di perdono.

[cfr. Gv 8, 1-11, Vangelo della Penultima domenica dopo l’Epifania, “della divina clemenza”, Rito Ambrosiano]

 

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