Mezzogiorno di fuoco e… acqua!

L’antico pozzo di marmo bianco, annerito dal tempo, stava lì, nella corte delle vecchie case della contrada montana. È stato lui per secoli e secoli a garantire acqua ai contradaioli. Luogo sacro, rispettato, curato e amato. Vitale garanzia di sussistenza. Crocevia di storie ascoltate, di sospiri raccolti, di chiacchiere udite e di liti e scenate consumate.

Protagonista del quotidiano incontro con le mani callose dei nonni, che facevano scivolare la catena – mai arrugginita – per calare l’antico secchio di latta, molte volte curato dallo stagnino di passaggio. Il solco creato dalla catena, nel pesante bordo di quel vetusto monumento alla vita, come gli anelli di un tronco d’albero, cercava di darne l’età. Sicuramente antico.

Un abituale gesto, semplice e solenne. Cose d’altri tempi, consegnate definitivamente ai ricordi.

Se anche la memoria bucolica di tante storie al pozzo è ormai parcheggiato nell’angolo dei ricordi, quel pozzo è ancora là. Quello, come i molti sparsi nel paese, nei nostri paesi. Ormai muti, restano comunque monumenti alla vita.

Ed è quell’arcaica contrada che mi rende familiare con una storia – antica, eppure nuova – che intercetta il cammino di chi, per bramosia ed amore, si sporca le mani con storie di uomini.

Fu così per il pozzo di Sicar dove, in un lontano tempo passato, incrociarono le loro storie i protagonisti di una straordinaria storia d’amore.

Sicar, nel cuore della Samaria. Terra di mezzo. Luogo degli impuri adoratori di falsi idoli, aborriti dai giudei. Razza meticcia. Imbastardita, nel tempo, dal connubio di razze diverse. Gente che deve stare fuori. Lontana. Se ne stiano a casa loro!

L’antico pozzo dei Patriarchi. Scrittoio di storia della salvezza. Luogo dove attingere acqua, altresì osteria e piazza del paese. Incontri, chiacchiere, sentenze regalate e contratti conclusi. Di matrimonio, in particolare.

Mezzogiorno: l’ora più calda della giornata, quando nessuno si azzarda a mettere il naso fuori di casa.

Un uomo. Una donna. Il pozzo.

Lui: quel Gesù di Nazareth, ebreo, che mai avrebbe potuto parlare ad una donna. Sudato, stanco, assetato e solo, sta lì come se … aspettasse da tempo quel momento. Doveva essere lì, in quel momento.

Lei: una donna senza nome, dal passo rapido di chi ha fretta o paura di essere incrociato, sola con la sua brocca, corre a fare provvista di acqua quando nessun si azzarda ad uscire di casa.

L’uomo di Nazareth sta lì. A Sicar, a fianco della bocca del pozzo: assetato, vorrebbe acqua; ma ha solo due mani, che a nulla valgono per rifornirsi.

Lei, con i suoi drammi nel cuore e nella mente. Donna di bassezza. Impura, idolatra, samaritana, nemica dei giudei. Ma, soprattutto: donna! E, di più: donna di facili costumi.
Lui, incurante delle regole di una religione sfregiata e svilita nella sua essenza, le chiede da bere.

Lei, sbalordita e incredula, si chiede cosa stia succedendo. Un uomo – pur bello – ma straniero, parla con me: donna, esclusa dalla stima dei paesani, esclusa pure dall’antica Legge giudaica? Non può essere!

Superato l’imbarazzo del momento, nasce un dialogo. Un colloquio – che supera le barriere imposte – e, gradualmente, si eleva. Fino a raggiungere una profondità che supera quella del pozzo.

Lui la “sgama” e le sbatte in faccia la sua condizione: cinque mariti trapassati e, ora, uno che non è marito.

Lei, testa bassa, attende l’ormai consueto giudizio penalizzante di quell’uomo, come avrebbe fatto con ogni altro uomo religioso. Gesù, però, non giudica, non fa parte della categoria – ahimè, presente in ogni tempo e viva anche oggi – di chi guarda la legge. Il peccato. Lui no: “non guarda il peccato, guarda la sofferenza e la non vita di quella poveretta. Prima vengono il dolore e la sofferenza da vedere in una persona, poi viene il peccato. Quante storie d’amore disgraziate si annidano facilmente anche oggi! Cercare l’amore è una fame che ci abita e non sempre però siamo capaci di fare una ricerca d’amore, facendola giusta. Gesù vede sia il dolore che la storia sbagliata”. (E. Bianchi)

Lo stupore della donna è oltre ogni comprensione. Cresce la curiosità sull’identità di quell’uomo. Il fiuto femminile le dice che non è uno dei tanti: dietro a quella tenera umanità, c’è qualcosa di più. Un profeta, forse?

Da una semplice richiesta di acqua da bere, è lui che passa ad offrirle un’acqua diversa. Quella che disseta ogni desiderio dell’anima. Linguaggio simbolico, eppure reale.

Così quel profeta, dall’occhio penetrante di colui che cerca l’umanità anche nelle storie storte, riesce a fare centro! Colpisce nel vivo la tremenda nostalgia di senso: la vera sete di quell’anonima donna non è appagata da una brocca piena d’acqua, ma da un incontro che oggi è Parola ascoltata e accolta.

 

L’appagamento di una vita è dissetare quella nostalgia, racchiusa in ogni cuore. Nostalgia di vita significativa. Amata. Considerata. Valorizzata. Aperta a quell’Assoluto, che si fa trovare non nei templi di pietra, bensì che si adora in Spirito Santo e Verità. Spirito Santo e Gesù Cristo, che è la Verità.

Dio abita lì, in una persona. È lì che va adorato. Ecco la forza zampillante di quell’acqua che disseta: Dio parla “in” noi e non parla più “a” noi.

Vicino a quel pozzo, la donna ritrova dignità di vita, quella che le era stata rubata e negata. Diventa, non solo discepola, ma furba e gioiosa testimone di quell’Acqua, che ha un nome: “Gesù di Nazareth”.

Ed è allora che la religione diventa fede! Tempo e vita nuova. La mia vita, come luogo abitato dal Risorto.

Anche per me c’è stato un “pozzo”. Non solo quello dei nonni. Ma il pozzo vicino al quale Lui si è fatto sentire e vedere. Ognuno ha il proprio pozzo e, se non l’ha ancora trovato, basta guardare dietro l’angolo…sta lì! Un pozzo, dove vengono appagate due seti.

La sete di Gesù di abitare dentro me.

La mia sete di farmi casa della Verità e dell’amore.

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