Caro il mio “San Giuseppe”

di Maddalena Negri

Il 19 marzo il calendario mi ricorda che è la festa del papà. Io ho sempre avuto un bel rapporto con il mio, di papà e, durante l’adolescenza, ricordo il suo ruolo fondamentale di “paciere”, a fronte dei litigi più aspri con la genitrice. 

Non se ne abbiano a male, con lui, tutti i padri “di sangue”, se quest’oggi il mio pensiero corre ad un’altra paternità, talvolta dimenticata o svilita, ma non per questo secondaria. Anzi, posso dire che per me è stata fondamentale. E, so per certo, non solo per me. Di più: la consapevolezza di condividere questa paternità con moltissimi altri, alcuni dei quali conosco ben poco non è per me motivo di invidia o gelosia di sorta. Piuttosto, è motivo dell’orgoglio filiale di riconoscere, nell’altro, lo stesso mio bene ricevuto: perché l’amore, dividendosi, compie il miracolo di moltiplicarsi, affinché nessuno rimanga privo. 

Non so neanch’io come tutto sia cominciato. Ricordo che, sulle prime, ne ero un po’ intimorita, quel timore reverenziale che incutono quelle figure tutte-d’un-pezzo, di fronte alle quali hai la sensazione d’essere sempre, almeno in parte “fuori posto”. Non sai nemmeno il perché, ma, al loro cospetto, hai sempre il sospetto di doverti far perdonare qualcosa.

Poi, qualcosa dev’essere successo. Trovai il coraggio d’andare a parlare con lui. Di mettere a nudo le facezie che potevano turbare una ragazzina quattordicenne, quelle che potevano sembrare stranezze, insolite curiosità, stramberie. Il primo ricordo è al capacità di prendersi a cuore ciò che riceveva: mi bastava guardarlo in faccia per avere la certezza che ciò che io dubitavo potesse essere un pensiero stupido, ai suoi occhi non lo fosse mai. Non perché non potesse esserlo in senso assoluto, ma perché se per me era importante, doveva esserlo anche per lui che ascoltava: chiaro e semplice.

A lui riuscì quella sorta di raro miracolo per cui non solo amava, ma sapeva far sentire amati. Questo per il passaggio  – che qualcuno ritiene banale o riduttivo, ma ho imparato a comprendere come, al contrario sia la chiave di volta di tutto – forzato per il quale il primo approccio è sempre di stima. Non assoluta, né immotivata, ma circostanziata e ragionevole. Al contempo, però, solida e granitica, apertamente comunicata, secondo tutti i linguaggi a disposizione (sia verbale, che non verbale, affinché il messaggio risulti cristallino ed inequivocabile). 

In un periodo non facile per nessuno, quale l’adolescenza, aver avuto la grazia di poter contare su una “roccia” come lui è stato davvero un dono incommensurabile. In realtà, molto spesso, non ne “usufruivo”, se così si può dire. Ma anche così, ne ricevo un dono di pace e di accresciuta sicurezza. Specie negli ultimi anni, in cui era provato dalla malattia, non volevo “approfittare” della sua disponibilità (perché, anche sfiancato, la sua generosità non è mai venuta meno, spendendosi senza posa per i “suoi” ragazzi e la “sua” scuola). Tuttavia, avevo una certezza, che si faceva sempre più granitica. Se avessi voluto, lui, per me, ci sarebbe sempre stato. Se avessi bussato, avrebbe detto sempre “Avanti”, con quel tono sempre così gioviale, come se non attendesse altro, come se non fosse lì che per quello, come se null’altro fosse importante, anche di fronte ai solleciti a fare in fretta, magari perché il pranzo era pronto. 

Se penso a lui, la prima immagine che mi trafigge è un cielo stellato. È forse la memoria più intensa che lo riguardi. Ero a Chioso di Premia (VB),  in alta Val Formazza, in vacanza, con altri ragazzi, dai 6 ai 18 anni circa; sul tempo serale, vigeva una certa dose di libertà: non essendo interessata al film che stavano vedendo più piccoli, ad un certo punto, raggiunsi il terrazzino, attirata dal cielo stellato, che avevo intravisto dalla porta-finestra.  Dopo essermi saziata di quello spettacolo, il mio sguardo cadde inavvertitamente verso il basso. Don Carlo era lì, seduto al tavolo in pietra del cortile. Con gli occhiali posati davanti a sé e la testa fra le mani. Non saprei dire se stesse piangendo, ma ebbi l’impressione di avergli involontariamente “rubato” un attimo di intimità con se stesso, forse con Dio: un attimo in cui, smessi i panni del padre premuroso, faceva i conti con la fatica, la spossatezza e l’impotenza che produceva in lui quel maledetto cancro all’intestino che se lo stava divorando un brandello dopo l’altro, a forza di metastasi, nonostante la fastidiosissima chemioterapia, che lo prosternava più del male stesso.

Morì un anno dopo la mia maturità, nel giugno 2006. Non avrei mai pensato che un ricordo tanto doloroso mi sarebbe poi stato tanto caro. Compresi solo in seguito, infatti, quanto quella notte stellata fosse stato il suo più alto insegnamento in assoluto. Mi aveva mostrato quanto profondo potesse essere un silenzio eppure quanto potessero comunicarsi le anime, senza proferire parola.

Grazie, mio Dio, del padre che mi hai donato, il cui amore continuo a percepire anche adesso che sicuramente è lì accanto a te.


Grazie, mio Dio, dei figli che mi hai dato:
son la corona di questi giorni tristi,
tristi di dolore, tristi d’empietà,
per la fatica asperrima che vivo,
poi che d’amor mi scelsi eterno impegno,
per ridonar sorrisi a chi pur piange.

Grazie, mio Dio, dei figli che mi hai dato;
son figli cari più della mia vita
e buoni tanto da rubarmi il cuore
e nelle notti, dense di fatica,
brillan vicini come fosser stelle,
in un conforto che l’egual non ha.

Mentre stanotte celebravo Messa,
nel mistico rifugio di montagna,
ad uno ad uno li guardai nel volto
e, nell’abbraccio dell’eterna pace,
carne li ho sentiti della mai carne
e sangue vivo del mio vecchio sangue.

Grazie, mio Dio, d’avermeli donati:
fa’ che li serbi come son stanotte.
E se pagar questa bontà dovessi,
pronto a morir mi sento perché
nessun perisca o sbagli a camminare,
lungo la strada per raggiunger Te!

(poesia, in seguito musicata, di don Carlo Calori)

 

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