Rami recisi per una pianta feconda!

Erano le amiche di sempre. Chi per legame familiare, chi per amicizia, con quella Maria, giovane madre del figlio di Dio e del suo figlio Yehoshu’a, Gesù. Si sa: le donne non amano stare da sole. Per loro, l’amicizia è una cosa sacra. Hanno condiviso – per anni – tutto ciò che di bello, di simpatico, di curioso, di nuovo, ma anche di doloroso, ha accompagnato la vita dell’uomo di Nazareth.
Fedeli come solo loro sanno essere, non si sono mai tirate indietro ai bisogni del Maestro e dei suoi amici. Erano, per loro, garanzia di artigianale presenza a sostegno dolce di ogni loro necessità.

Anche loro sono entrate nel corteo solenne in quella domenica, giunta a noi come “delle Palme”. Giorno di esaltante gioia. Compimento di lungo cammino. Partecipi della gioia dei semplici, che accoglie – come meglio può – il Messia. Osanna al Figlio di Davide. Osanna al Redentore!
Giorno di festa gioiosa e solenne preludio – ahinoi, però – di giorni e di ore drammatiche e dolorose. Loro c’erano e ci saranno, fino alla fine e anche oltre. Con loro, il Maestro non si sarebbe mai sentito solo.

Dalle nostre parti, si è ormai concluso l’antico rito della potatura degli ulivi. Gesto sapiente, appreso alla scuola dei padri. Gesto doloroso per la pianta che, ferita, perde un po’ di sé stessa. Non può che essere così. Che strana, la natura: il frutto buono nasce da un taglio, da una ferita. La pianta deve accettare di perdere quei rami, per portare frutti. L’olio, balsamo fecondo, che rende fragrante la vita, nasce da un’amputazione. Scherzi della natura.

L’aveva detto Lui che, se il tralcio non si pota, l’albero non dà frutti.

Gerusalemme, Gerusalemme, che accogli il Figlio dell’uomo, con rami di pianta sacra, per inchiodarlo poi all’albero della croce!

Gerusalemme, Gerusalemme, che dalle viscere della terra fai rifiorire la pianta di nuovi rami fecondi. Figli, nel Figlio! Storia di mistero, eppure storia che ogni giorno scrive pagine sacre con l’esistere di ciascuno di noi.

Chissà quali pensieri affolleranno la nostra mente mentre anche noi alzeremo i nostri rami.
Osanna, Osanna? Crucifige, Crucifige? Non sia mai Signore, che permetta che ti mettano a morte!
Pietro, Pietro, prima che il gallo canti mi avrai rinnegato tre volte!”.

È storia di un tempo. È storia di oggi.
Il cuore desidera mantenersi fedele. Ma la vita, impietosamente, come rullo compressore, schiaccia il desiderio per far posto all’imperante mediocrità travestita da nuovi idoli.

Gli amici intimi di Gesù, soffocati dalla paura degli eventi, se ne vanno. Le donne restano. Con loro resterà “il discepolo amato”. Uno. Senza nome. Quello che con dovizia di particolari ci racconterà il senso di quei fatti, Giovanni!

Quel nome potrebbe essere il mio, se solo riuscissi a comprendere davvero che sono amato. Sempre e comunque. Lo sappiamo, è più facile amare che lasciarsi amare. Ma… forse mi sbaglio. Lo spero.

I prossimi giorni potrebbero uscire dall’anonimato e diventare santi. Una settimana santa!

Sarà “santa”, se accolgo l’invito a sedermi alla tavola del Maestro, magari prendendo il posto liberato da quello che se ne è andato per essere libero, nella trama del tradimento. Se in quella cena riesco a entrare in quel pane che mi garantisce essere Lui stesso. In quel vino che, come sangue versato, mi inebria l’animo.

Sarà “santa”, se saprò stare al passo delle donne per stare con loro – mentre la terra trema – sotto quella croce dove crepa, in mezzo all’indifferenza dei più, l’Amore.
Se saprò farmi grembo per sostenere il corpo senza vita di Dio. Perché, sopra quella croce a morire è stato Dio. Perché l’avrà permesso mai?

Sarà “santa”, se saprò anche commuovermi nel guardare dentro la tomba un corpo pronto per il disfacimento.

Sarà “santa”, se saprò stare in silenzio nel giorno di sabato, in attesa di correre la sera, con tanti amici vecchi e nuovi, a celebrare l’urlo di vita che spacca la pietra per liberarsi nel tempo dell’esistenza nuova.

Non solo la Sua vita, ma anche la mia.

Sarà “settimana santa”, se riesco ad entrare dentro le pieghe della storia di quell’uomo-Dio, la più conosciuta, rappresentata e ascoltata al mondo. Storia di un Dio che genera e rigenera. Che non conosce “la” fine, perché è “il” fine!

Così, come è stato per Gesù, sarà anche per me! Solo allora potrò capire.

I rami recisi dalla pianta, ostentati per festeggiare il Re dei Re, ci conducano ad abbeverarci alla linfa vitale di ogni esistenza, Gesù, occasione sempre nuova per rinvigorire ogni cammino.

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