Venerdì Santo: groviglio di morte e di vita

Quel tristissimo giorno di agosto – che mai potrò dimenticare – eravamo saliti in due preti all’obitorio dell’ospedale. I feretri da accompagnare erano due. Due fratelli, unici figli di quella giovane coppia che, d’un tratto, s’è ritrovata schiacciata, impotente e senza forze. Neanche per piangere.

È stata una questione di millimetri, diranno quelli della polizia accorsi sul posto a constatare che le due moto si sono avvicinate troppo, incastrandosi nei freni a disco e sbalzando violentemente tutti e quattro i passeggeri.

I due ragazzi hanno avuto la peggio. Lei, la sorella, era la prima volta che saliva in quella moto del fratello.
Una questione di frazioni di secondo e di millimetri, per due giovani vite che hanno lasciato, di botto, questa terra.

Accanto, o, meglio, in mezzo alle due bare, la mamma. Mia coetanea. Le mani appoggiate alla nuove tristi culle dei suoi unici due figli. Una a destra e una a sinistra. Lo sguardo perso, non sapeva come girarsi, se guardare uno o preferire l’altra.

L’urlo straziante di un cuore indiviso nell’amore – che però si deve staccare – ha posto le lacrime di quella donna, nei nostri occhi. In lei non c’era la forza neanche per piangere. E così, a lei e al suo sposo, abbiamo regalato i nostri occhi e le nostre lacrime.

Da allora ho capito che non c’è strazio più atroce al mondo che vedere morire i propri figli. “Una mamma – dice un mio amico – non dovrebbe mai vivere più di suo figlio”.
Non dovrebbe. Vero. Eppure succede.

È successo anche in quel triste venerdì di 2000 anni fa a Gerusalemme, dove la Donna per eccellenza ha dovuto seguire i passi del Figlio fino a quel luogo dal nome tetro, “luogo del cranio”.
Quella madre, che di lì a poco ci sarà consegnata coma la Madre di tutte le madri, io l’ho incontrata. L’ho vista quel giorno in mezzo a quelle due bare di legno chiaro.

Maria piange. Forse no. Il cuore lacerato comunque non le impedisce di alzare gli occhi per incrociare quelli, ormai spenti, del suo adorato figlio.

Sotto la croce, intanto, i soldati giocano a dadi. Lungo la strada la gente corre. Erano altri i pensieri e gli interessi.

E così, in mezzo alla confusione del giorno prima della festa, si consumava nell’indifferenza generale, il più alto e sublime atto d’amore che la Storia abbia mai conosciuto.

Forse anche noi – almeno oggi – abbiamo bisogno di abbandonare i nostri “dadi” e, nel silenzio, alzare lo sguardo a quella croce.

Dopo aver incrociato – in quella croce – le nostre croci, facciamo come Maria, che riprende la strada della quotidianità dove tutto … non sarà più come prima.

La forza di Maria è la forza di ogni donna che piange i propri figli morti. È una forza misteriosa che le fa andare avanti. È la forza dell’Amore.

Guardiamo alla Croce. Tutti ne abbiamo una a portata di mano. Puntiamo i nostri occhi a quel corpo dilaniato. È Dio che muore in quella croce.
In quella croce raccoglie ogni dolore e ogni morte e le trasforma. Misteriosamente.

L’amore è più forte della morte!

Importante è starci dentro. Oltrepassare con Lui quel tunnel.

Solo un poco più in là, ci si ritrova avvolti dall’abbraccio d’amore che ha il volto dei tanti genitori orfani di figli, che ti dicono non so come e perché, ma si va avanti. È la forza dell’amore che non permette a nessuno di morire. Amore vero, sincero, spinto all’estremo, garanzia di vita duratura ed eterna.

Mistero d’amore. Mistero di vita. Mistero che nasce da ogni croce.

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