Se ci fosse stato qualcuno, forse…

«Se avessi avuto i mezzi per pagare qualcuno che si prendeva cura di me non avrei forse deciso in questo senso» confessa Loris Bertocco, nel suo testamento. Dal momento che i costi per l’eutanasia, in Svizzera, si aggirano intorno ai 18000 euro, i casi possibili sono, in realtà, due. O lui era in possesso di questi soldi e le cure mediche in modo continuativo richiedevano uno sforzo economico maggiore, oppure (mi auguro di no, ma non escludo nulla), ha trovato qualcuno disposto a sostenere economicamente il suo viaggio per la morte, invece che aiutarlo a vivere.
Ma davvero siamo arrivati a questo? Ad una persona che rinuncia alla vita, perché curarsi gli costa di più? Può davvero essere questa la reale motivazione che spinge una persona a scegliere la morte?
La storia clinica, che racconta in una lunga lettera, non è affatto lineare. Nato nel 1958, nel 1977, a seguito di un incidente con la moto che coinvolge alcune vertebre, subisce diversi danni, a motivo dei quali la diagnosi è infausta: non avrebbe più potuto mantenere la posizione eretta. Fatica, in effetti, a mantenere l’equilibrio, ma, grazie alla riabilitazione, riesce a muoversi con stampelle o carrozzina e ad espletare in autonomia i propri bisogni fisiologici, nonostante abbia subito una paralisi del lato destro del corpo. Dal 1980 al 1999, cura una trasmissione radiofonica, con interviste e rassegna stampa. Nel 1982, a seguito di una caduta, non riesce più a camminare in autonomia, ma ha necessità di un sostegno esterno. Nel 1988 è ricoverato per poter ricevere fisioterapia in modo perché, facendo ginnastica solo 3 volte l’anno, la sua capacità di movimento sta peggiorando; in questo periodo, utilizza la carrozzina solo eccezionalmente, in corrispondenza di lunghi tragitti. Dal 1985 al 2005, può usufruire del servizio offerto dagli obiettori di coscienza; purtroppo però, essa decade quando la leva non è più obbligatoria. Problemi di vista, inoltre,  lo accompagnano da sempre: nel 1969 subisce un intervento per il distacco della retina all’occhio sinistro; in seguito, anche il destro ha dei problemi; nel 1985, è dichiarato ipovedente e dal 2005 è dichiarato cieco assoluto. Dagli anni Novanta, fino alla fine dei suoi giorni, è attivo presso il Partito dei Verdi, per lo più a livello locale. Ha diversi rapporti sentimentali ed il più importante, con Anamaria, di origini brasiliane, sfocia nel matrimonio nel 1999. Con lei trasforma la propria casa, rendendola una bifamiliare, così che possano abitarvi sia la nuova coppia, che la sua famiglia d’origine. Il padre viene a mancare pochi mesi prima del matrimonio, mentre la madre, che si spartiva l’onore e l’onere della cura di Loris con la moglie dello stesso, a seguito di un’ernia che la colpisce nel 2001, non è più in grado di sostenerlo fisicamente. A seguito di una manovra errata, nel novembre 2000, una frattura lo costringe a mettere il busto: la forzata immobilità gli fa perdere elasticità e gli lascia dolori alla schiena.
Nel 2001, è ricoverato nuovamente all’ospedale Lido di Venezia per poter effettuare una riabilitazione continuativa: nonostante l’utilità, perde buona parte della sua indipendenza nei movimenti e non riesce più a fare le scale aiutato da una sola persona. Nel 2005, a causa di un edema sul gluteo destro, non riesce più ad affrontare la fisioterapia. Gli accertamenti sono lunghi e gli causano un’ulteriore perdita di mobilità, che lo costringe ad utilizzare un cuscino antidecubito e muoversi ormai esclusivamente in carrozzina. Nel 2011, la moglie chiede la separazione e questa situazione è un duro colpo per Loris, sia livello emotivo che assistenziale: su di lei gravava la cura di Loris ed egli non può contare né sulla madre, ormai anziana, né sulla sorella, gravemente ammalata di sclerosi multipla. Dal 2005, percepisce dalla Regione un contributo di 1000 e una persona che lo assiste dal lunedì al venerdì. Dal 2011, mancando il supporto della moglie, tale aiuto diventa insufficiente e cerca quindi di accedere ad ulteriori forme di assistenza a livello regionale. non riuscendovi, ingaggia due assistenti, che paga di tasca propria. Dal 2013, riesce a trovare Mirela, che lo assiste quotidianamente: questo impegno è però molto stancante e trovare una sostituzione non è facile, perché la persona che accetti tale lavoro deve prima imparare il modo corretto per muoverlo o spostarlo. Negli ultimi anni, le medicine iniziano a non avere più l’effetto desiderato. Dall’autunno 2015, non riesce più ad essere autonomo nell’espletamento dei bisogni fisiologici e la parte sinistra si è a sua volta così indebolita, da avere necessità di essere imboccato, per poter mangiare. Quando anche Mirela lo abbandona, non riesce a sostituirla trovando solo «personale improvvisato» o addirittura «chi pensa di approfittarsene credendo di poter giocare con sentimenti, desideri, bisogni della persona».
Purtroppo, accade anche questo: c’’è chi si approfitta della sofferenza. E, del resto, anche sfruttare la sofferenza di una persona, chiedere migliaia di euro per “dare il benservito” e spacciare tutto ciò come atto d’amore mi sembra abbastanza paradossale, se non ipocrita.
«Questa continua perdita di autonomia mi ha creato un ulteriore disagio». Tutto ciò è fortemente comprensibile, ma, purtroppo, eccessivamente intriso dalla cultura dominante, per cui, solo se sei bello, funzionale ed efficiente, hai un valore. Se devi appoggiarti a qualcuno, se hai bisogno di aiuto, allora il tuo valore è irrimediabilmente intaccato, in parte o totalmente.
Questa visione è fuorviante, perché decisamente al di fuori della realtà ontologica. Mi dispiace deludere tante aspettative, ma nessuno, tra noi, è  (né può essere) completamente autonomo. Se le piante smettessero di produrre ossigeno, moriremmo tutti. Basta un piccolo, microscopico virus a mettere a repentaglio la vita del più sano. e, probabilmente, nessuno di noi è tanto eclettico da essere in grado di produrre tutto ciò che ci serve quotidianamente: qualcun altro cuce i nostri vestiti, qualcun altro cuoce il pane o raccoglie il grano, qualcun altro munge la mucca da cui ci arriva il latte, qualcun altro macella o pesca gli animali di cui ci nutriamo, qualcun altro coltiva le verdure che noi mettiamo in tavola, qualcun altro ci fornisce i mobili per la nostra casa. Potrei andare avanti ancora, ma spero di aver reso l’idea.
Purtroppo, però, quando la cultura prepotentemente insiste su un concetto di libertà ed autodeterminazione, sono spesso le persone più fragili a pagarne lo scotto maggiore.
«Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e ti amo» (Is 43,4): questa Parola, che Dio rivolge a ciascuno di noi, ci è anche affidata affinché ciascuno, in qualunque situazione si trovi, possa sentirla ripetere come rivolta a sé.
Nel finire della lettera, dopo aver già parlato di eutanasia, c’è un passaggio, infatti, che non può passare sotto silenzio, perché è fondamentale:
«Se, dopo la separazione da mia moglie, avessi avuto la possibilità di giovarmi di due persone qualificate e motivate, soprattutto in questi ultimi sei anni, la mia vita sarebbe stata un po’ più facile e dignitosa». Segue lista dei tentativi di ottenere migliore assistenza, andati miseramente falliti.
Come a dire che non si tratta di una scelta libera, come cercano di farci credere, bensì fortemente condizionata. Condizionata dalla mancanza di sostegno ed assistenza, da una moglie che ha chiesto la separazione, dalla lontananza di uno Stato e delle istituzioni,  incapaci di promuovere interventi che vedano al centro la persona, invece della burocrazia, dall’assenza di una rete di amicizie che abbiano trovato il modo di assisterlo come la sua condizione richiedeva. Condizione che, in realtà è meno grave di uno stato vegetativo: si tratta di un disabile gravissimo, con forti inibizioni motorie e necessità di assistenza costanza, ma coscienza inequivocabilmente piena.
Cosa è mancato allora? Il testamento biologico? No, quello che manca a tutti a chi sceglie il suicidio. Di qualunque età, condizione di salute, economica o sociale egli od ella sia.
La certezza di sentirsi amato e che la propria vita valesse la pena di essere vissuta!

(Maddalena Negri – Sulla strada di Emmaus)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...