Il mio 4 novembre

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.”

Inizia così il “Bollettino della Vittoria” che, puntualmente, ogni anno, il 4 novembre, sotto la regia della Maestra di turno di 5° elementare, era proclamato,”a voce alta e ben scandito” da un alunno scelto in quella classe. Non ricordo bene, ma forse era più di uno … mi è complice il lungo tempo passato che offusca i ricordi.
Collocato nella sommità della maestosa gradinata del Monumento-Asilo, aveva il compito di aprire la cerimonia per ricordare la vittoria italiana della Prima grande Guerra.

Doveva – quell’orgoglioso alunno – declamare a memoria e “a voce alta e ben scandito” il lungo testo del famoso bollettino, firmato da Armando Diaz, capo supremo delle Forze armate,  divulgato il 4 novembre del 1918 e inciso nella lapide che neanche le intemperie del piccolo montano paese, fino ad oggi, ha cancellato.

Ricordo l’anno che toccò a noi di quinta. La maestra Gemma doveva scegliere qualcuno che, staccatosi dalla classe, dopo aver cantato con “voce alta e ben scandita” la canzone del Piave, si sarebbe affiancato alle eminenti e decorate personalità, che avevano accesso nella sommità del maestoso monumento.

Il più solenne, che un giorno andammo anche a intervistare a casa, era il Cavalier Silvestro. Poi c’era el Nani, el Bepiti del Capelo, l’Egidio e tanti, tanti altri dei quali ricordo il volto ma non il nome. Era la loro triste e fortunata festa.

Il Cavalier Silvestro faceva bella mostra delle medaglie appuntate sul petto, encomi guadagnati sul campo. Non sapendo il come, fantasticavo nel suo essersi distinto nel dovere e nell’amor Patrio. L’Egidio era cresciuto nella casa trasformata in ospedaletto da campo con annesso … il cimitero militare.

El Bepiti era stato anche sindaco mi pare, sapeva parlare bene. Il suo albergo è stato il primo a collegarsi al telefono. Si andava lì a telefonare, nella cabina sul primo pianerottolo delle scale. Insonorizzata. Nessuno doveva sentire. Oggi si chiamerebbe “privacy”.

El Nani era uno spasso. Andavamo davanti a casa sua per sentire in diretta le storie della ritirata di Russia e tanti aneddoti tristi e lieti. Lì conobbi Mario dal doppio cognome, Rigoni e Stern. Una rarità che lo faceva ancor più nobile. Più tardi seppi che era uno scrittore importante e famoso. Lessi d’un fiato il suo “Il sergente nella neve”, quando fu proposto a scuola. Leggevo e vedevo loro. El Nani che, in quelle tristi imprese, non credo fosse solare e simpatico, come negli anni che lo conobbi io.

Noi, ragazzi degli anni sessanta, figli del piccolo centro montano, porta d’ingresso al celebre Altopiano dei 7 Comuni (che poi erano otto, ma questa è un’altra storia), siamo cresciuti impastati di storie sacre della Patria.

Storie di guerra. Di stenti. Di dolore. Di odio. Di rabbia. Di morte. Di amor patrio.
Storie che in quel 4 novembre, nel monumento-asilo voluto dall’antico arciprete venivano solennizzate, celebrate, ricordate e … consegnate.
Date in custodia a noi, perché l’ingente sacrificio di migliaia di ragazzi, non fosse stato inutile.

E fu così che nella cornice delle grandi occasioni, tra gonfaloni e bandiere, tra ragazzi del ’99 e compagni di scuola, fui scelto ad essere uno di quei ragazzi a declamare il più famoso bollettino che mai si fosse conosciuto.

Anch’io, con i miei giovani colleghi, ebbi l’onore di stare lì in quel tempio laico e sacro, che ancor’oggi saluta quanti entrano in paese, a dare eco a tristi eventi che hanno segnato la storia di quelle montagne e di quei poveri cristi che le abitavano.

Fu provvidenziale il complice suggerimento di una suora del doposcuola, che il pomeriggio prima mi aveva detto che se mi fossi incantato, bastava girare lo sguardo nella parete alla mia destra e lì era scritto, inciso nel marmo, tutto il testo.

Lo recitai con enfasi e sempre attento alla “voce alta e ben scandito”. Fu un motivo di orgoglio far parte di quei vecchi che ci guardavano con occhi lucidi nella speranza che qualcuno di noi un giorno non si scordasse di loro.

A rileggere il testo oggi, mi scende un brivido nella schiena. Davvero cose di altri tempi. Testo tremendo, letto in un oggi che non conosce o non dovrebbe conoscere confini.

Un oggi che, forse, si vergogna di usare parole sacre come Patria.
Un oggi dimentico del sangue versato perché il suolo calpestato ogni giorno, sia fecondato da rigogliose sementi di pace.

Patria. Terra dei padri. Ma, forse oggi è proprio questo che manca. Padri!

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