Servono ancora i preti oggi?

di Alessandro Notarnicola

Se sei seduto al bar con gli amici ti capita di sentire una domanda tipo: “Ma non era meglio quando c’era lui?”. Un lui di cui nessuno ha davvero il coraggio di parlare. Un lui che lo si pronuncia chinando il capo da un lato come per fare riferimento a un passato, neppure tanto remoto. Domanda che viene lanciata lì per lì, neppure per provocare, e che spesso cade così senza troppi approfondimenti. Questo è il bar. Se sei seduto davanti alla tastiera del tuo pc, invece, potrà capitarti di leggere un articolo il cui titolo è: “Ma i preti sono più necessari?”. Dapprima ti soffermi e nello sconcerto di un interrogativo che, ammettiamolo, in molti si pongono, cerchi di dare anche tu una risposta. Non ho titubato lungamente, mi sono detto “Sì, sono più che mai oggi necessari”. Ho pensato ai miei amici sacerdoti, non a tutti, non alla massa, non agli amici preti che hai su Facebook (alcuni sono amici per davvero, per carità!), ho pensato a quell’amico che non fa il prete quando è con me, ma che al momento giusto mi guarda e mi dice “Ale, posso fare il sacerdote, ora?”. Sì, ne ho bisogno.

La società, oggi, ha bisogno dei suoi sacerdoti. Oggi, più di ieri, perché questi uomini senza una famiglia propria sono delle ancore di salvezza fondamentali, delle spalle che guai se non ci fossero. Una sera passeggiavo lungo via dei Fori Imperiali a Roma, ed ero con un mio caro amico “prete”, parlavamo di tante cose, molte nemmeno le ricordo più, poi fissandomi mi ha detto ciò che pensava di me, di quello che vivevo in quel periodo, e non c’è stata sincerità più grande di quelle parole, quegli occhi che ricordo – Eccome! – ancora oggi e che mi diedero l’impressione di avere dinanzi a me quel fratello che non ho.

Tutto questo per cosa? Don Roberto Gallizioli, parroco e responsabile dell’unità pastorale di Cisano Bergamasco, in occasione del 50° anniversario di costruzione del Seminario vescovile Giovanni XXIII di Bergamo, ha scritto su Santalessandro.org – il settimanale online della Diocesi di Bergamo – una riflessione critica e auto-critica sul ruolo dei sacerdoti. La mia voce termina qui per dare spazio alla scrittura del sacerdote, io del resto la mia risposta al suo interrogativo, l’ho data. E voi?

Il sacerdote, scrive: “Non è il seminario che si sta svuotando, è il prete che non è più necessario. In questi giorni si ricordano i 50 anni della costruzione dell’attuale Seminario vescovile di Bergamo. Ho trascorso tutti gli anni della mia formazione culturale, umana, civile, religiosa, vocazionale in quel luogo. Lo consideravo la “mia casa”, poi in questi ultimi anni il legame è venuto un po’ meno per il semplice fatto di frequentarlo assai sporadicamente, anche se il Seminario rimane sempre un punto di riferimento importante e indiscusso. Attorno al seminario ci sono un’infinità di ricordi, di emozioni, di colori, di fatiche, di cadute e di riprese. Il Seminario è fortemente intrecciato con la mia vita, in particolare per il fatto di aver scelto di essere prete, ma poi per il fatto che dentro quelle mura (da non leggere affatto come una prigione) ho costruito la mia umanità. Sono contento di tutto questo! Sono contento degli anni vissuti e trascorsi in seminario. Ho un buono, bello e grande ricordo del seminario”. Ma don Gallizioli prosegue nelle sue riflessioni: “Oggi però cerco di pormi anche un’altra domanda: sarei capace di consigliare e incoraggiare un giovane a vivere l’esperienza del seminario? E ancor più: sarei capace di invitare un giovane a pensare di scegliere per la sua vita il dono del sacerdozio? E ancora più in profondità: sono un esempio, un incoraggiamento per i ragazzi a pensare che valga la pena pensare anche alla scelta sacerdotale come opportunità per la loro vita?

Cerco di rispondere con ordine.

Sì, ad un ragazzo anche piccolo (io ho iniziato il cammino in seminario con la prima media) consiglierei di vivere l’esperienza del Seminario a prescindere poi dalle scelte che farà nel cammino della vita. Il Seminario è una grande opportunità di formazione culturale, umana, civile, religiosa e vocazionale. Sì ne vale veramente la pena! Non riesco a rispondere con un sì convinto alla seconda domanda: non sono certo di riuscire ad incoraggiare un giovane a pensare alla scelta sacerdotale come possibilità per la sua vita. Oggi (che è già profondamente diverso da 15 anni fa) manca un modello di prete ed è assai difficile capire cosa voglia dire “fare e vivere da prete”. L’unico modello ben chiaro che abbiamo è ancora quello di fine ottocento (quello di don Bosco per intenderci) e quindi non si fa altro che rubare da quel riferimento. Ci sono preti che rubano da quel modello ciò che pensano sia opportuno per l’aspetto educativo, altri per l’aspetto liturgico, altri ancora per l’aspetto sociale o amministrativo. Fare e vivere da prete oggi è una babele di mille cose e spesso in contrasto tra di loro.

Il problema serio è legato alla terza domanda: No, non sono capace di essere un buon testimone della vita sacerdotale. Con la mia vita non incoraggio nessuno (anzi a volte rischio di raffreddare anche quei pochi bollori che possono nascere). Mi domando spesso se stia facendo il prete, se stia vivendo da prete: la risposta è quotidianamente davanti agli occhi per il fatto che spesso non ne sono per nulla contento.

Sono un sacerdote che vive di corsa i momenti di preghiera della comunità e spesso anche senza averli preparati con le dovute attenzioni. Sono spesso triste e un po’ arrabbiato, scontroso e facile a risposte “di pancia”. Sono preoccupato per la gestione amministrativa della parrocchia che mi prende molti pensieri. Sono un manager per i dipendenti e un incapace gestore del personale.

Sono un orso nelle relazioni e profondamente disattento nei confronti della mia famiglia. Non so pregare, o meglio quando poi dovrei cercare di pregare sono stanco e anche se cerco di vincere questa conseguenza, non riesco a rimanervi fedele e attento.

Quindi se un giovane mi guarda, ovviamente gli passa la voglia di fare il prete. Lo capisco bene e condivido pienamente con lui questa conclusione.

Fare il prete è spesso un inventarsi giorno per giorno rispondendo alle innumerevoli domande che ti vengono buttate addosso senza nessuna attenzione nei tuoi confronti, ma semplicemente perché fai di mestiere il prete e non perché sei prete. La maggior parte delle persone che bussa alla porta lo fa senza credere nella tua presenza sacerdotale, ma come prete che per natura deve essere attento a tutti, soprattutto ai poveri (e quindi ci si presenta sempre come poveri e bisognosi).

È veramente assurdo come l’altro sappia bene – a suo dire – cosa definisca un prete, quale modello di vita debba contraddistinguere il comportamento di chi ha fatto la scelta sacerdotale, ed io che sono prete non riesca a cogliere e a definirmi in un modello.

Oggi non serve più il prete, ma un uomo che sia operatore socio assistenziale. Se poi questo tale vuole avere le sue convinzioni da un punto di vista teologico, se le tenga per sé e le organizzi come meglio crede, ma non venga ad importunare con dissertazioni a cui non importa nulla a nessuno. Oggi non è necessario sapere qualcosa di fede, è sufficiente che si pasticci un po’ di carità (meglio se la chiamassimo pseudofilantropia).

Sembra che non sia così decisivo il presiedere l’eucarestia e neppure il sedere in confessionale, il far visita agli ammalati: oggi ciò che conta è accogliere i poveri e fare opere di filantropia. Qualcuno fa riferimento ancora ai grandi santi della carità, ma non per il fatto che siano sacerdoti, religiosi o religiose, ma perché hanno fatto quella determinata opera e per quella opera sono considerati santi e modelli da imitare. Santa Teresa di Calcutta è un modello perché ha assistito e si è fatta vicino a molti poveri delle caste più povere e intoccabili dell’India, non perché si alzava presto al mattino per la preghiera, la messa e l’adorazione eucaristica. Don Mazzolari o don Milani sono modelli di santità non perché preti che hanno vissuto il vangelo, ma perché uomini che hanno lottato contro l’ingiustizia in cui erano relegati i poveri delle loro comunità parrocchiali. E così potrei continuare.

http://www.farodiroma.it/sacerdoti-necessari-restano-un-ricordo-dell800-alessandro-notarnicola/amp/

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